22 febbraio 1983 Sentenza n. 1614/83 della Corte Suprema di Cassazione, Sez. Penale

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22 FEBBRAIO 1983

SENTENZA N° 1614/83 DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, SEZIONE PENALE

 

(Omissis) – Clemenzi Giacomo, Manzo Giuseppe, Lucchese Attilio e Guidi Guido, sono stati assolti nei precedenti gradi di giudizio, perché il fatto non costituisce reato, dal delitto di cui agli artt. 5, 16 legge 8 febbraio 1948 n. 47 (Disposizioni sulla stampa) in relazione all’art. 7 legge 14 aprile 1975 n. 103, loro ascritto per aver intrapreso la diffusione locale, via etere, di un telegiornale senza la previa registrazione presso la cancelleria del tribunale, prevista dal citato art. 5 della legge sulla stampa.

Secondo i giudici del merito (Pretore e Tribunale di Palermo) la disposizione del citato art. 7 legge n. 103 del 1975, richiamando l’art. 5 della legge sulla stampa, parificava ai giornali, quanto all’obbligo di registrazione e d’indicazione del direttore responsabile, solamente i telegiornali di Stato della concessionaria RAI-TV, ma non era applicabile ai privati, legittimati alla diffusione locale, via etere, di notiziari televisivi solo successivamente alla entrata in vigore della legge 1975, dalla decisione n. 202-76 della Corte costituzionale, che aveva dichiarato in relazione agli artt. 3, 21 Cost., l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, 2, 45 della menzionata L. n. 103-75 nella parte in cui, stabilendo il monopolio di Stato per tutti i programmi televisivi via etere, escludeva le teletrasmissioni (via etere) di portata locale, estrinsecazioni, queste ultime, del diritto di cui all’articolo 21 Cost.

Inoltre quest’ultima decisione, almeno nel suo implicito ma manifesto tenore, aveva mostrato di ritenere non equivalenti le finalità delle informazioni di Stato istituzionalmente obiettive a quelle delle emittenti private, per le quali si richiamava esclusivamente all’art. 21 Cost. e cioè al diritto di libera manifestazione del pensiero non necessariamente imparziale ed obiettiva.

In mancanza di espresso rinvio e atteso il divieto di analogia, non potevano quindi applicarsi le disposizioni relative alla diffusione di notizie a mezzo stampa e tanto meno le relative sanzioni penali previste dall’art. 16 di tali disposizioni neppure richiamato dall’art. 7.

Ha proprio ricorso il Procuratore generale di Palermo affermando – come già il P.M. appellante – che l’interpretazione letterale e logico-sistematica dell’art. 7 più volte menzionato, conducevano ad opposte conclusioni, essendo identica la situazione di fatto delle telediffusioni di Stato e private sotto il profilo della garanzia della registrazione e dei necessari controlli attuati attraverso di essa. L’art. 5 della legge della stampa trovava quindi nella specie applicazione non analogica ma diretta in virtù dell’espresso rinvio operato dall’art. 7 con riferimento generico ai telegiornali (ed ai giornali radio): così come non poteva il precetto ritenersi sfornito di sanzione penale, prevista nell’art. 16 della legge sulla stampa, non richiamato espressamente dall’art. 7 ma direttamente applicabile quale norma sanzionatrice della violazione prevista dall’art. 5 legge stampa, oggetto di espresso richiamo.

Tale interpretazione trovava poi ulteriore conferma nell’art. 31 della stessa L. n. 103/1975, che prevede l’obbligo della registrazione per le trasmissioni locali televisive via cavo, le uniche consentite ai privati al momento della emanazione della legge.

Il ricorso del P.G. è fondato.

Invero l’esclusione, ritenuta dai giudici del merito, dei telegiornali locali di emittenza privata dalla previsione dell’art. 7 L. 14 aprile 1975 n. 103, estensivo delle norme sulla registrazione dei giornali (e periodici) (art. 5 L. 8 febbraio 1948 n. 47, sulla stampa) non risponde ad una corretta interpretazione.

Il nucleo della sentenza impugnata (che si richiama anche alla motivazione del primo giudice), consiste nella considerazione che, essendo stata le legittimità delle emissioni televisive via etere di ambito locale ammessa dalla Corte costituzionale con decisione 28 luglio 1976 n. 202, solo quindi successivamente alla entrata in vigore della citata L. n. 103/75 – dichiarata su tale punto incostituzionale – l’art. 7 di quest’ultima norma non poteva e non può che riferirsi ai telegiornali di Stato della concessionaria RAI-TV, gli unici ammessi alle trasmissioni via etere al momento della emanazione della norma e quindi gli unici destinatari di essa, una volta esclusa ex art. 14 Preleggi e i C.p. il ricorso all’analogia.

A rivelare la fallacia di tali argomentazioni è sufficiente rammentare che, secondo un fondamentale principio d’interpretazione ormai acquisito, la norma, al momento stesso della sua entrata in vigore, si oggettiva estraniandosi dalle situazioni contingenti e dalle vicende che hanno preceduto la sua emanazione e che, se conservano il valore di ausilio esegetico, non escludono che la operazione interpretativa vada compiuta con riferimento al presente. La norma, nella sua autonomia viene infatti a comprendere tutte quelle situazioni anche non prevedibili, verificatesi successivamente, che s’inquadrino, come nella specie, nella «ratio» dell’intera norma e nella lettera della singola disposizione.

In tali ipotesi non opera, chiaramente, l’analogia e neanche una pur legittima interpretazione estensiva, poiché il nuovo caso è assunto direttamente nella norma, che lo comprende nel suo ambito senza mediazioni estensive.

Tal è la situazione in esame, nella quale l’art. 7 della L. n. 103/75, tuttora in vigore, estende le norme sulla registrazione di giornali e periodici (e sul conseguente obbligo d’indicazione del direttore responsabile) genericamente «ai telegiornali ed ai giornali radio», nulla rilevando, come si dirà, che il titolo I, comprensivo della disposizione menzionata, concerne il «servizio pubblico di diffusione (radiofonica e televisiva).

Invero la riserva di Stato prevista dall’art. 1 della L. n. 103 comprendeva tutte le trasmissioni televisive via etere (essendo quelle di ambito locale ammesse solo a seguito della parziale dichiarazione d’illegittimità costituzionale dello stesso art. 1 nonché le telediffusioni via cavo su scala nazionale, essendo già consentite ai privati e disciplinate nella stessa legge – art. 2, ult. co., 24 seg. – quelle via cavo di ambito locale.

Ed è al riguardo significativo ed anzi determinante ai fini della individuazione della «ratio legis» che tutti i programmi (e non solo i notiziari) teletrasmessi localmente via cavo, fossero fin dall’origine sottoposti, per espresso richiamo dell’art. 31, allo stesso obbligo di registrazione previsto dall’art. 5 legge sulla stampa (e ad ulteriori adempimenti previsti da quest’ultima). Ciò che dimostra con estrema evidenza come – a causa della nota immediatezza e capillarità di penetrazione del mezzo televisivo – dalla diversità di funzione assunta nella sentenza impugnata fra teletrasmissioni pubbliche e private (diversità esattamente ritenuta dal ricorrente irrilevante ai fini della registrazione) la legge abbia logicamente tratto, se così può dirsi, conclusioni opposte a quelle dei giudici del merito, non solo prevedendo (fra gli altri) gli stessi obblighi di registrazione imposti dall’art. 7 per i notiziari, ma estendendo gli stessi obblighi ad ogni programma: limitazioni esattamente ritenute non in contrasto con l’art. 21 Cost. che ovviamente non soccorre neppure per le analoghe limitazioni poste ai telegiornali trasmessi localmente via etere.

Giova poi rammentare che la citata sentenza della Corte costituzionale n. 202/76, ribadendo la legittimità della riserva di Stato per tutte le trasmissioni su scala nazionale (eccettuate le emittenze estere, dalle caratteristiche peculiari non paragonabili a quelle private operanti nello Stato: cfr. anche Corte cost. 14 luglio 1981 n. 148) dichiarava l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, 2, 45 della L. n. 103/75, limitatamente alla esclusione delle trasmissioni locali via etere, in considerazione, soprattutto, dell’erroneità del presupposto di fatto, ritenuto in precedenti decisioni della stessa Corte, relativo alla limitatezza dei canali e delle frequenze utilizzabili nelle trasmissioni su scala locale, dei quali si riconosceva invece una sufficiente disponibilità.

Tanto premesso non pare dubbio che l’art. 7 più volte citato, «tota lege perspecta» alla stregua di una interpretazione logico-sistematica, debba ritenersi comprensivo, nella sua previsione, dei telenotiziari privati trasmessi via etere in ambito locale: ciò che non è, peraltro, neppure escluso dalla espressione letterale della norma che abbiano visto riferirsi genericamente «ai telegiornali ed ai giornali radio».

Come accennato in precedenza, di fronte a tale sicuro risultato interpretativo, nessun valore può attribuirsi alla locuzione «Del servizio pubblico di diffusione (radiofonica e) televisiva» contenuta nel titolo 1 della L. n. 103/75, sotto cui è posto l’art. 7 (ma anche l’art. 1 dichiarato parzialmente incostituzionale per le ragioni sopra riferite).

In realtà le partizioni sistematiche di una legge (titoli, capi, rubriche, ecc.) non integrano il contenuto necessario della legge stessa e non fanno parte del testo legislativo vincolante l’interprete ma possono solo costituire (come i lavori preparatori di cui restano, di norma, emanazioni o a cui sono comunque assimilabili) un mezzo interpretativo del testo di per sé non limitativo del medesivo e il cui uso è soprattutto subordinato alla incertezza della «ratio», condizione nella specie insussistente. Ciò riconosce anche la relazione al re al C.p. n. 6, secondo la quale tali intitolazioni «possono avere anche valore esegetico nei limiti fissati nelle migliori trattazioni sulla interpretazione della legge». Infatti la disciplina normativa sulla formazione delle leggi prevede che solo i singoli articoli siano oggetto di esame e di approvazione da parte degli organi legislativi e tale disciplina viene di norma anche in pratica. D’altra parte, non sembra che il giudice debba accertare d’ufficio se il Parlamento abbia invece, di fatto, discusso ed approvato le intitolazioni: a prescindere dalla difficoltà di tale prova e dalla considerazione che anche nei Paesi (es.: USA e Inghilterra) in cui è prevista la votazione di tali partizioni, si attribuisce ugualmente ad esse un mero valore interpretativo.

Deve anche ritenersi fondata la censura della tesi, pure sostenuta (in via subordinata) dai giudici del merito, secondo la quale il precetto contenuto nell’art. 7 L. n. 103 difetterebbe comunque di sanzione per il mancato richiamo dell’art. 16 L. n. 47 sulla stampa, che prevede la sanzione per la violazione dell’art. 5, invece espressamente citato.

Al riguardo deve rilevarsi che la norma penale incriminatrice è composta di due inscindibili elementi, precetto e sanzione, e che tale inscindibilità sussiste anche quando la sanzione penale di un determinato precetto sia prevista in una disposizione separata dalla stessa legge – come nel caso dell’art. 16 delle norme sulla stampa – o addirittura in una legge diversa.

Ma tale separazione è solo di carattere formale, attesa la necessaria menzionata inscindibilità sostanziale, la quale fa sì che le singole incomplete disposizioni formino un’unica norma, con l’ulteriore conseguenza che il richiamo alla disposizione precettiva non può che intendersi riferito all’intera norma.

Tal è, appunto, il caso degli artt. 5, 16 legge sulla stampa, che costituiscono una norma unitaria formata da singole disposizioni contenute in articoli diversi, sicché il richiamo dell’art. 7 (L. n. 103/75) all’art. 5 (L. n. 47, 48) parte precettiva, postula necessariamente il richiamo all’art. 16, parte sanzionatoria. E ciò, ovviamente, non già in base ad un inammissibile procedimento d’integrazione analogica, ma in forza di una esigenza logico-giuridica che rivela l’esatta portata della norma.

Accolto il ricorso del P.G., la sentenza impugnata va annullata senza rinvio essendo il reato ascritto agli imputati estinto per amnistia (D.P.R. 18 dicembre 1981 n. 744). (Omissis).