2 maggio 1996 Ordinanza del Tribunale di Roma

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2 MAGGIO 1996

ORDINANZA DEL TRIBUNALE DI ROMA

Con ricorso depositato il 24 ottobre 1995 la s.p.a. Beta Television ha esposto di essere titolare dell’emittente Videomusic, la cui programmazione era prevalentemente dedicata alla diffusione di spettacoli musicali destinati al pubblico giovanile; ha aggiunto che, alcuni giorni prima, la stampa aveva riportato la notizia di un accordo tra l’emittente Telepiù 3 e l’emittente estera MTV Europe per la diffusione in Italia della programmazione di quest’ultima emittente; ha quindi dedotto l’emittente Telepiù 3 non poteva, alla stregua della normativa vigente, trasmettere in forma non codificata, essendo scaduta la proroga di cui all’art. 1, comma 2°, della legge n. 482 del 1992 e non potendo trovare applicazione con riguardo alla detta emittente l’ulteriore proroga di tre anni prevista in via generale dall’art. 11, comma 3°, della citata legge; ha altresì sostenuto che doveva ritenersi illecita la ripetizione dei programmi esteri, alla luce del disposto dell’art. 38 della legge 14 aprile 1975, n. 103, che subordina la detta attività alla previa autorizzazione del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni; ha infine sottolineato come l’attività illecita posta in essere da Telepiù 3 costituisse fonte di danni imminenti ed irreparabili in relazione alla diminuzione dell’audience ed al prevedibile crollo delle commesse pubblicitarie; ciò premesso la ricorrente ha chiesto che venga inibito alle resistenti la prosecuzione di qualsiasi attività radiodiffusiva attraverso l’emittente Telepiù 3, o in via subordinata, la prosecuzione dell’attività di ripetizione nel territorio nazionale dei programmi dell’emittente MTV Europe.
Successivamente alla costituzione delle parti convenute, il giudice designato, con ordinanza in data 1° febbraio 1996, ha rigettato l’istanza cautelare, ponendo in rilievo, nella motivazione del provvedimento, che la mera violazione di norme dirette alla tutela di pubblici interessi non può di per sé integrare atto di concorrenza sleale.
Con ricorso depositato il 19 febbraio 1996 la società Beta Television ha proposto reclamo avverso il predetto provvedimento, lamentando che il primo giudice aveva disatteso l’orientamento giurisprudenziale espresso dalla Corte di Cassazione, secondo cui la violazione dell’art. 38 della legge n. 103 del 1975 integrerebbe comunque un’ipotesi di concorrenza sleale, in considerazione del carattere oligopolistico del mercato radiotelevisivo e quindi della diretta incidenza sulla disciplina concorrenziale della violazione dei limiti dell’autorizzazione amministrativa o legale.
Le società resistenti hanno contestato la fondatezza del reclamo, evidenziando, tra l’altro, che successivamente alla pronuncia del giudice designato per l’esame dell’istanza cautelare, il Consiglio di Stato, su richiesta del Ministero delle Poste, aveva confermato la legittimità dell’attività di diffusione svolta dall’emittente Telepiù.
MOTIVI DELLA DECISIONE.- Il reclamo proposto dalla ricorrente non può essere accolto. In primo luogo, infatti, in linea con la stessa giurisprudenza citata dalla difesa della ricorrente, appare corretto ritenere che la questione della idoneità della violazione di norme pubblicistiche ad integrare gli estremi dell’atto di concorrenza sleale debba essere risolta sulla base dell’individuazione della finalità propria della norma violata: si deve cioè “accertare se tra gli interessi sottesi alla norma trasgredita siano compresi pure degli interessi collettivi miranti alla disciplina del mercato e della concorrenza, al cui rispetto ogni singolo imprenditore nel settore sia tenuto, sull’ulteriore piano etico della lealtà, secondo modelli comportamenti specifici” (Cass. S.U. 25 marzo 1988, n. 2570, che, difatti, ritiene che la violazione delle disposizioni sulle distanze minime tra sedi farmaceutiche dia luogo ad attività concorrenziale illecita, sul presupposto che le predette disposizioni corrispondano anche ad un fine di tutela degli interessi economici della categoria dei farmacisti).
Ne consegue che l’accertamento del fumus boni iuris dell’istanza cautelare proposta dalla ricorrente si articola in concreto nella valutazione di tre aspetti distinti, anche se ovviamente strettamente correlati: la violazione da parte delle convenute delle norme che regolano l’emittenza televisiva, l’attribuzione alle norme violate di una funzione di tutela del mercato e degli operatori, la diretta incidenza della violazione della norma sull’attività di impresa della ricorrente.
Di fatto, la prospettazione di parte attrice non sembra trovare adeguati riscontri in riferimento a tutti e tre gli aspetti sopra indicati e, specificamente, in relazione alla questione – che assume ovviamente carattere assorbente – dell’individuazione di profili di illiceità nella condotta delle convenute.
Infatti, al riguardo alle contestazioni inerenti alla legittimità della posizione di Telepiù 3, non può logicamente prescindersi, nell’ambito della cognizione sommaria demandata al tribunale in questa sede, dalla valutazione espressa nel parere del Consiglio di Stato prodotto in atti e che risulta recepito anche dal Ministero delle Poste; d’altronde, sebbene residuino evidenti margini di dubbio connessi alla farraginosità del testo normativo, si deve rilevare che l’interpretazione recepita nel parere sopra indicato risulta ben più aderente alle finalità del D.L. 27 agosto 1993, n. 323, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 ottobre 1993, n. 422, di quanto non lo sia l’interpretazione prospettata dalla difesa della reclamante, posto che nelle premesse del menzionato decreto si fa esplicito riferimento alla “straordinaria necessità ed urgenza di evitare l’interruzione della radiodiffusione da parte di soggetti privati”; talchè sembra invero difficile ipotizzare che il legislatore, mentre si premurava di consentire la prosecuzione dell’attività delle emittenti televisive, abbia inteso sancire la scomparsa di alcuno dei soggetti esistenti.
Altresì, per quanto attiene alla pretesa violazione dell’art. 38 della legge 14 aprile 1975, n. 103, si deve rilevare come secondo l’avviso espresso dalla giurisprudenza “la fattispecie autorizzatoria … prevede non solo la integrale e contemporanea ripetizione di programmi esteri … e non può applicarsi a quegli impianti di diffusione cosiddetti misti, che cioè inseriscano nel proprio palinsesto programmi irradiati da organismi esteri” (Cass. Pen., Sent. 3795 del 17 febbraio 1988). Sembra, quindi, fondato escludere che la predetta disposizione possa trovare applicazione nella fattispecie in esame articolata nella mera trasmissione di programmi acquistati da emittente estera da parte di un’emittente che non trasmette in via esclusiva i programmi irradiati da emittenti estere e, comunque, non contemporaneamente.
Le considerazioni che precedono esimono dalla valutazione degli ulteriori sopra evidenziati e comportano il rigetto del reclamo.
L’obiettiva opinabilità delle questioni controverse – che hanno dato luogo alla richiesta da parte dell’amministrazione di un parere del Consiglio di Stato – giustifica l’integrale compensazione delle spese del procedimento.