13 ottobre 1980 Sentenza del Tribunale di Roma

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13 OTTOBRE 1980

SENTENZA DEL TRIBUNALE DI ROMA

 

Il Tribunale, ecc. – Svolgimento del processo. – Con citazione del 2 agosto 1978 il condominio dello stabile di via Cad…………… n. 90 convenne in giudizio, davanti al Pretore di Roma, il sig. Conca Giovanni, condomino dello stesso immobile, per sentirlo condannare alla rimozione di un’antenna radio trasmittente con i relativi cavi di collegamento installati, arbitrariamente, sul terrazzo comune.

Il convenuto, costituitosi, contestava il fondamento della domanda.

Il Pretore con sentenza del 20-27 giugno 1979 respingeva, perché infondata in diritto, la domanda del condominio, dichiarando interamente compensate tra le parti le spese di causa.

Proponeva appello con atto del 19 ottobre 1979, avverso detta sentenza, il condominio, deducendo l’erronea applicazione, da parte del primo giudice, della legge 6 maggio 1940 n. 554, del d. pres. 29 marzo 1973 n. 156, che prevedono limitazioni al diritto di proprietà nel caso di installazioni destinate, rispettivamente, a radioaudizioni (legge 6 maggio 1940) ed alla «soddisfazione di utenza di inquilini e condomini» per la «ricezione » di trasmissioni (d. pres. 29 marzo 1973) e non già – come accadeva nel caso in esame – per «irradiazioni» di trasmissioni. Soggiungeva l’appellante che il pretore non aveva neppure esaminato la questione, relativa all’impedimento nell’uso della terrazza che ai condomini sarebbe derivato dalle suddette installazioni. Precisava, peraltro, il medesimo appellante che tale circostanza non era stata dedotta nel giudizio di primo grado. A tal proposito l’appellante chiedeva di essere ammesso a provare con documenti e testimoni che, a causa dei tiranti e dei cavi elettrici di raccordo e di collegamento dell’antenna installata dal condomino, La Conca, il terrazzo comune era stato quasi interamente sottratto al libero uso degli altri condomini. (Omissis)

Motivi della decisione. – In conseguenza della rimozione dell’antenna da parte dell’appellato, l’appello non è più sorretto da un interesse concreto ed immediato, ma solo da quello che è connesso all’affermazione di un principio, da cui – come precisa l’appellante – dovrebbero derivare riflessi pratici, con riferimento, cioè, all’orientamento per l’uso futuro della cosa comune.

L’avvenuta rimozione dell’antenna e delle installazioni ad essa collegate rende praticamente impossibile la prova circa le concrete limitazioni che da dette installazioni derivavano all’uso della cosa comune; e, ciò, perché dovrebbe essere ricostruita, attraverso la memoria dei testi, peraltro, neppure indicati dall’appellante, una situazione di cui non è più traccia nello stato attuale dei luoghi.

Né sussiste un concreto interesse dell’appellante all’espletamento di tale prova con riferimento alla liquidazione delle spese di causa (peraltro compensate in primo grado), poiché l’eventuale esito, a lui favorevole, della prova sarebbe neutralizzato dal fatto che la nuova deduzione in appello ha una manifesta incidenza sulle spese, poiché essa (deduzione) poteva essere fatta in primo grado (art. 345, 2° comma, in relazione all’art. 92 cod. proc. civile).

Per altro verso, inoltre, detta prova è inconferente ai fini dell’asserito interesse dell’appellante all’affermazione di principio, poiché è pacifico, per espresse previsioni normative che le installazioni di «aerei esterni» e di antenne «non devono in alcun modo impedire il libero uso della proprietà, secondo la sua destinazione, né arrecare danni alla proprietà medesima o a terzi» (art. 2, 2° comma, legge 6 maggio 1940) e che «i fili dei cavi ed ogni altra installazione debbono essere collocati in guisa da non impedire il libero uso della cosa secondo la sua destinazione» (art. 232, 3° comma, d. pres. 29 marzo 1973 n. 156). Precetti, questi, del resto, dettati in coerenza con il principio generale enunciato nell’art. 1102 cod. civ., secondo cui l’uso della cosa comune è sempre consentito, purché non se ne alteri la destinazione e non si impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso.

Conseguente e logica applicazione del principio sopra accennato è che l’installazione di antenne e di «aerei esterni» sulle parti comuni dello stabile è sempre consentita, purché non si turbi la sfera del diritto degli altri partecipanti alla comunione, non solo in ordine al concreto godimento della cosa comune, ma anche rispetto alla possibilità, che deve essere agli altri lasciata, di avvalersi di una pari facoltà.

Non contrasta con le osservazioni che precedono, ma riguarda una diversa questione, l’ulteriore argomentazione dell’appellante, circa il concreto contenuto delle facoltà attribuite al privato dalle leggi sopra citate: si tratta, cioè, di stabilire se le installazioni previste dalla legge n. 554 dei 1940 e dal d. pres. n. 156 del 1973 siano consentite per le sole radioaudizioni o ricezioni, ovvero se possono ritenersi estese alle radiodiffusioni e trasmissioni in genere.

E’ certo che le leggi citate si riferiscono ad impianti di ricezione e, cioè, alle radioaudizioni (legge 1940) ed alle «utenze» di impianti di telecomunicazioni … «esercitati dallo Stato o dai concessionari per i servizi concessi ad uso pubblico» (conf. disp. degli art. 232, 1° e 2° comma, e 231, 1° comma, d. pres. 1973 n. 156): dunque la legge, chiaramente, contempla impianti per le ricezioni e non per le trasmissioni.

Non va, peraltro, dimenticato che la Corte costituzionale, con sentenza del 28 luglio 1976, n. 202 (Foro it., 1976, I, 2066), nel dichiarare l’illegittimità costituzionale degli art. 1, 2 e 45 legge 14 aprile 1975 n. 103 «nella parte in cui non sono consentiti, previa autorizzazione statale … l’installazione e l’esercizio di impianti di diffusione radiofonica e televisiva, via etere, di portata non eccedente l’ambito locale», ha aperto a tutti i cittadini l’esercizio concreto di facoltà previste dall’art. 21 Cost. Ne deriva che, fermi rimanendo i limiti sopra indicati circa il rispetto degli altrui diritti, l’attribuzione al privato condomino della facoltà di installare impianti anche per la «diffusione» radiofonica e televisiva (e non solo per la «ricezione») si ricava dall’applicazione analogica della legge n. 554 del 1940 e del d. pres. n. 156 del 1973.

Sussistono i presupposti di legge per l’applicazione analogica delle norme in questione: trattasi, invero, di ipotesi simili (art. 12, 2° comma, disp. prel.), riguardanti, cioè, la materia della comunicazione del pensiero attraverso un tipico mezzo di diffusione costituito dalla radio o dalla televisione. Il dubbio, prospettato dall’appellante, a proposito dei piú gravi limiti che deriverebbero agli altri condomini dall’impianto di diffusione (piú ingombrante e piú esteso) non incide sul criterio interpretativo da seguire, in presenza di ipotesi, che, come si è detto, sono manifestamente simili.

In ogni caso – ferme rimanendo le considerazioni circa i limiti di facoltà, il cui esercizio non è assoluto, ma sempre condizionato dalla concorrente presenza dei diritti degli altri compartecipi alla comunione – è importante ricordare che ogni dubbio interpretativo deve essere risolto, secondo i principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato (art. 12, 2° comma, disp. prel.); e tra questi principi esiste quello primario e fondamentale enunciato nel citato art. 21 Cost., che prevede il libero esercizio del diritto di manifestare il proprio pensiero, «con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Sulla base di quanto si è esposto non può pervenirsi ad una pronuncia di accoglimento dell’appello: il motivo ispirato alla interpretazione restrittiva della legge n. 554 del 1940 e del d. pres. n. 156 del 1973 non appare fondato, posto che, come si è detto, è consentita al condomino, in applicazione analogica delle norme sopra citate, l’installazione anche di impianti di diffusione.

Va, d’altro canto, considerato che, sotto il profilo del principio, è esatta la tesi dell’appellante circa i limiti all’uso della cosa comune; principio valido per l’installazione di impianti, destinati sia alla ricezione che alla diffusione.

Ma, come si è sopra precisato, la tardiva deduzione istruttoria dell’appellante in ordine alle subite limitazioni nell’uso della cosa comune, si dimostra inconferente rispetto alla menzionata affermazione del principio, atteso che l’appellato ha rimosso impianto in contestazione. Di modo che la conclusione imposta dalla realtà processuale è la dichiarazione della cessata materia del contendere. (Omissis)

Per questi motivi, ecc.