11 novembre 1999 Sentenza n. 5592 della Corte Suprema di Cassazione, sezione I Penale

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11 NOVEMBRE 1999

SENTENZA N° 5592 DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE

 

Osserva

A seguito di indagini svolte al fine di accertare l’esistenza di fenomeni di inquinamento da campi elettromagnetici; e acquisito (tramite analisi peritale) che dal radioripetitore posto alla sommità del trampolino di lancio coll’elastico collocato nel parco Acqualandia di Jesolo, gestito dal Pareschi e dal Falchetto, emanavano valori al vertice superiori a quelli normativamente consentiti, il P.M., ipotizzando che l’esposizione del pubblico ai campi elettromagnetici come sopra prodotti concretizzasse ipotesi di reato ex artt. 674 e 675 c.p., chiedeva il sequestro preventivo dell’impianto, che il G.I.P. circondariale denegava, con ordinanza 16/3/1999.
Su appello del P.M., il tribunale – costituito ai sensi dell’art. 322-bis c.p.p. – col provvedimento di cui in epigrafe confermava quello impugnato.
Rilevava anzitutto il Tribunale che era perplessa la configurabilità delle fattispecie criminose sopra indicate, in relazione alla classificabilità come “cose” dei campi elettromagnetici; nonché alla individuabilità di una molestia che non fosse fisicamente percepibile, a prescindere dalla prodromica di una vera e propria malattia. Indubbiamente, quando un organismo interagisce con un campo elettromagnetico, il suo equilibrio ne viene perturbato, ma ciò non si traduce automaticamente né in un effetto biologico apprezzabile né tanto meno in un effetto sanitario; e infatti, sotto il primo profilo occorrerebbero variazioni morfologiche o funzionali a carico di strutture di livello superiore, e sotto il secondo occorrerebbe un danno, ovvero il superamento dei limiti di efficacia dei meccanismi di adattamento dell’organismo, dovendosi poi individuare i tempi di esposizione, che solo quando attingono a livello acuto (non riscontrabile nella vita quotidiana) in relazione ai campi elettromagnetici a radiofrequenza possono provocare situazioni sanitariamente rilevanti. E la stessa consulenza tecnica del P.M. argomentava in termini di improbabilità al riguardo.
Quanto poi al superamento dei limiti posti da una legge regionale, non si potevano considerare come indici positivi di pericolosità, ma come dati di valenza negativa, segnando cioè il livello inferiore di innocuità; a tacere del fatto che una normativa di carattere locale potesse fissare livelli il cui superamento determinava l’insorgere dell’ipotesi di reato. E, d’altra parte, le caratteristiche di altezza della struttura di cui si chiedeva il sequestro, in raccordo con quella raggiunta dal pubblico, collocavano il campo di esposizione ad un livello inferiore a quello indicato come pericoloso.
Avverso tale pronuncia ricorreva per cassazione il P.M., denunciando vizio della motivazione e violazione di legge.
L’esclusione dell’applicabilità al caso di specie delle previsioni contravvenzionali contenute negli artt. 674 e 675 c.p., non era giuridicamente fondata. L’elemento materiale della prima ipotesi contenuta nell’art. 674 (gettare o versare cose) particolarmente per quanto concerne il “gettare” è di ampia portata e non ne sono prefissate le modalità, cosicché vi era ricomprensibile l’emissione di onde magnetiche attraverso impianti del genere qui contemplata. Né pareva che non potessero qualificarsi come “cose” (termine, questo, utilizzato dal legislatore con voluta genericità) i campi elettromagnetici, visto che il requisito principale appariva l’attitudine ad offendere, imbrattare o molestare le persone e che, comunque, l’energia elettromagnetica ha una sua fisicità, essendo suscettibile di misurazione e utilizzazione. E poiché studi recenti avevano individuato la pericolosità del cosiddetto inquinamento elettromagnetico, l’effetto – giuridicamente rilevante – del1″`offendere” poteva ravvisarsi tanto nel danno all’integrità fisica, quanto in quello del decoro personale, cioè nell’attitudine a cagionare lesioni, ma ancor più a determinare una molestia, ovvero una situazione di disagio e turbamento della persona. Dovendosi, poi, tenere conto, che l’ipotesi criminosa in esame ha natura di pericolo e non di danno, sostanziandosi quindi dell’astratta idoneità alla provocazione delle conseguenze normativamente previste.
In alternativa, appariva configurabile la contravvenzione all’art.675 c.p., sulla quale peraltro l’ordinanza impugnata aveva taciuto. Una volta, infatti, accettato che i campi elettromagnetici possano definirsi “cose”, la posizione di apparecchiature che le generano non aveva rilevanza scriminante rispetto alla sospensione pure prevista dalla norma; e infatti entrambe le ipotesi apparivano compatibili con la fattispecie, provenendo le emissioni da strutture collocate in posizione dominante rispetto al suolo. Cosicché si profilava la possibilità di un contatto dei campi elettromagnetici colle persone.
I1 ricorso – che sotto il profilo del denunciato vizio della motivazione sarebbe inammissibile, come richiesto dal P.G. di udienza, giacché avverso le ordinanze di riesame del sequestro preventivo è ammesso solo ti ricorso per violazione di legge, per il combinato disposto degli arti 324 e 325 ago (cfr. Su II, 4/6/1997, n. 3808) –è infondato per gli altri aspetti del suo contenuto.
Può intanto osservarsi che il sequestro preventivo può essere disposto solo in relazione a cose pertinenti al reato, per impedirne la protrazione o l’aggravamento, o l’agevolazione alla commissione di altri reati, secondo la previsione dell’art. 321 c.p.p.; occorre dunque che la richiesta di tale misura prospetti l’esistenza del fumus commissi delicti, ovvero l’ipotizzabilità in astratto della commissione di un reato, che è cosa diversa dalla ricorrenza di indizi di colpevolezza, ma deve, in ogni caso, riferirsi ad ipotesi penale certa (cfr. Sez. I, 25/3/1997, n. 2396). Nel caso in esame – singolarmente – il P.M. aveva chiesto il sequestro ipotizzando alternativamente la violazione dell’art. 674 o dell’art. 675 c.p. cosicché potrebbe già rilevarsi che manca uno degli elementi giustificativi della richiesta, visto che sarebbe incerta la tipologia del rapporto pertinenziale.
Col suo ricorso, il P.M. lamenta che il Tribunale del riesame non abbia motivato relativamente alla contravvenzione all’art. 675 c.p.; doglianza che, per le ragioni inizialmente esposte, è inammissibile. Quanto alla fattispecie alternativa, sarebbe ultronea ogni considerazione che, sulle orme del diffuso ricorso, prescindesse (per esaminare gli elementi costitutivi del reato, a cominciare dal concetto di cosa, per passare poi allo scrutinio degli elementi materiali della fattispecie e al controllo della rispondenza al paradigma normativo della condotta) dalla constatazione che – siccome lealmente ammette il ricorrente nella parte introduttiva della sua impugnazione – non v’è alcuna certezza della nocività, intesa in senso onnicomprensivo rispetto alla previsione di legge dei campi elettromagnetici in questione. Nel ricorso si dà atto degli studi scientifici correnti e della non definitività delle loro conclusioni.
Si tratta, come è evidente, di un dato conoscitivo essenziale, giacché, seppure è vero che l’art. 674 c.p. disegna un reato di pericolo oltre che di danno, ciò che manca nella fattispecie è la prova della idoneità delle denunciate emissioni a provocare una delle conseguenze previste dal legislatore.
Di più: nel caso in esame – e il ricorso non tratta per nulla tale aspetto – la consulenza tecnica già esperita offre anche considerazioni in fatto che comunque in relazione allo stato (lei luoghi e alla caratterizzazione della presenza di persone negli stessi, portano ad escludere il configurarsi di una situazione di pericolo.
Appare quindi corretta la valutazione finale dell’ordinanza impugnata, secondo la quale non ricorrono nella fattispecie le condizioni normative per l’emissione della misura cautelare richiesta.
11 ricorso va dunque rigettato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso